elevazione

giovedì, 25 gennaio 2007

Bolle di Sapone

Aveva sempre amato le bolle di sapone.
Belle, colorate. Libere. Vivaci.
Ma pericolosamente fragili, delicate.. effimere .
E da bimba spesso timorosa  immergeva lo stecco col cerchietto in plastica rossa (se lo ricorda di quel colore..ma era rosso o verde???) nell’acqua saponata, iridescente, cangiante come un piccolo arcobaleno.
Nascosto lì. Per lei. Dentro un tubetto. Sotto un coperchio con le perline.
E lentamente, ancora intimorita dalla pericolosità del momento, si trovava ad ammirare il mondo attraverso quel fragile specchio prima di sollevare quel gioco assieme alle sue speranze verso le sue  labbra.
E soffiava. Felice. E lì, tenera. Nasceva. Piccola fremente, bolla.
E cosa c’era di più bello?? Cosa c’era di più poetico di sperare sperare sperare che lo specchio saponato diventasse curva che la curva diventasse tondo e che la sfera fosse compiuta, finita, perfetta. E una volta terminata….
E una volta terminata???
Si sarebbe liberata dagli ultimi ostacoli o sarebbe svanita, scoppiata senza aver vissuto?
Nel primo caso lei avrebbe sorriso all’aria fresca col naso in su, nel vedere la bolla finalmente  libera e felice, volare lontano..e splendere dei riflessi del cielo.
Nel secondo caso, beh, allo scoppio violento della innocente bolla sfortunata, lei si sarebbe di certo fatta prendere dall’amarezza, dallo sconforto..
Ma asciugato il volto dalle lacrime (ma no…è l’acqua saponataaa) col piccolo dorso della mano, avrebbe ricominciato di nuovo, a sperare ancora nella prossima bolla.
 

Immagine http://picci84.deviantart.com/ 

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sabato, 24 giugno 2006

Scarpette Rosse

Era stufa. Davvero.
Era stanca. Di tutto. Di tutti.
Di sentirsi sola, di non essere all’altezza, di non essere presa sul serio.
Lei e le sue mosse buffe.
Che le pesavano sempre di più. Ma non riusciva a cambiare.
Le serviva una magia.
Un amuleto.
Una formula magica.
Per trasformarsi, per diventare un’altra persona.
E volersi più bene.
Quel giorno poi era peggiore degli altri.
Non si capiva, non capiva atteggiamenti e fini dietro ai comportamenti altrui.
Cosa volevano?Cosa pretendevano da lei?
Lei che si era rinchiusa nel suo angolo di mondo, lei che ora cercavano di strappare alla sua apatia. Lei che non aveva chiesto niente a nessuno.
E si trovava così ora, e si dava della stupida piccola ingenua bambina, tu che hai fondato i tuoi giorni su una speranza, su un ricamo nel vento.
Ed era uscita, fuggita quasi dalle sue occupazioni, e percorreva silenziosa le strade del centro in cerca di quella serenità che di solito le donava Roma.
Ma oggi no. Non cambiava.
Poi all’improvviso le vide.
Passava davanti ad un negozio, piccolo dimenticato, impolverato, dalla vetrina triste e sciatta con solo un paio di scarpe in esposizione.
Un paio di scarpe. Un paio di lucide basse scarpette rosse.
E si trovò a pensare.
E si mise a sognare.
Al potere magico che avrebbero potuto avere.
Magari sbattendo i tacchi…chissà…l’avrebbe portata via.
Via da tutto questo.
E le prese.
E di corsa trafelata, col cuore in gola, si precipitò a casa per vedere…per provare..
Ora erano sue. Erano ai suoi piedi. Rosse. Lucenti.
E Dio mio con quelle era bella. Era magica.Era sicura.
Trattenne il fiato e sbattè i tacchi….
E scomparve via lontano.
Dove non so...over the rainbow..

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sabato, 10 giugno 2006

Immobile

E Luna rimase lì immobile.
Ferma lì, con quel cuore imballato e incartato da mille difese.
Nuove trappole.Spine per allontanare il prossimo.
Per non farlo avvicinare.
Per non soffrire.
Spesso vi infilava in silenzio sottili lunghi aghi, ricordi dolorosi, per vedere…per capire se c’era ancora qualcosa.
Se quel suo cuore cristallo c’era ancora.
Dolorosi fremiti la riportavano alla triste realtà.
C’era ancora.
Ma pesante, cupo per le paure, non la faceva volare più.
Invece intorno a lei, era tutta una vivace danza, un concerto di piume ed ali.
Voli leggeri, precipitose picchiate.Movimento.
Lei rimaneva così, a terra, sferzata dalle folate delle emozioni degli altri.Immobile.
Il naso in su, le mani in alto a cercare di afferrare, rubare nivee piume perse da chissà quale sorridente volo lontano.
Turbinio di ali e di cuori, a cui lei guardava inappetente ma quei sorrisi non la coinvolgevano, non più almeno.
E abbracciava ingenua veloci meteore cercandone la scia nel cielo.
Nell’illusione di scaldarsi un poco.
Ma lei non riusciva a volare,non più.
E così sarà- si diceva- fino a quando un angelo dalle forti ali riuscirà a far volare di nuovo me.E il mio cuore cristallo.

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domenica, 26 febbraio 2006

Il Dono

Fuori il grigiore di un gennaio piovoso, dentro lei, che osservava i vetri della sua finestra, come fossero le sbarre di una prigione. Era stanca, sentiva il bisogno di uscire. Era sola, ma non voleva la compagnia di altre persone.
Non ne aveva bisogno.
Non ora.
Un caldo cappotto, il suo cappello e via, fuori, nel mondo.
Fuori il grigiore di un gennaio piovoso, ed ora lei ne veniva assalita.
Come sottili piccoli aghi il freddo le feriva la pelle, strinse gli occhi all’ennesima folata di vento gelido, che indiscreto s’infilava sotto la sua sciarpa.
Camminava lentamente lungo le strade della sua città, tra le folla frettolosa, sgarbata.
Che non capiva il suo pacato modo di fare e la spintonava, e lei li urtava di rimando per dimostrarsi di esistere ancora.
Cercava una pace interiore, cercava un rifugio.
Senza neanche accorgersene si ritrovò nel luogo più affollato della sua città centro, giù nel profondo del suo cuore, un piccolo paradiso in terra.
Luogo pieno di storia, suo piccolo mondo.
Mancava da tanto, per diversi motivi, molti indipendenti dalla sua volontà.
Ma si sentiva lo stesso colpevole, una traditrice..
Aria, rumori, panorama.
Non è cambiato nulla pensò e si schernì per tale sciocco pensiero.
Come possono pietre cambiare??Come possono sassi soffrire??
Il suo mondo.
Un brivido e un ricordo all’improvviso.
La sua vita, anni passati in quel luogo.
L’orgoglio di vedere l’alba nel cuore del mondo, di essere la prima laddove passeranno in milioni. Lei sola interprete di una storia ormai muta.
E sentirsi ammirata, fortunata ad essere lì.
Ed ora?? Era forse tutto finito?
Accanto a lei passavano veloci rumorose comitive, turisti come lei ora.
Disperata si guardava intorno, superba e patetica nella sua convinzione
no io non sono come voi-
Io sono..e le parole le morirono in bocca..
Non lo sono più..
Ma le sensazioni del suo cuore erano rimaste le stesse, la commozione di vedere la storia davanti a sé non era cambiata…né probabilmente lo sarebbe stato mai.
Si sfilò un guanto, avvicinandosi a delle rovine anonime per gli altri. Ma non per lei.
Il suo tempio. La sua scoperta più bella.
La mano leggera sulle pietre umide, dall’odore così familiare.
Una scossa, un brivido.
E via il pensiero a tempi lontani, a strade lastricate in pietra, a carri cigolanti, a grida di mercanti esotici, ad odori forti,a matrone composte e a dignitosi consoli togati.
Ad antiche affascinanti storie, a religioni sconfitte dalla storia, segrete cerimonie e divinità primigenie sensuali legate alla natura.
E il cuore riprese il suo ritmo.
E lei si allontanò felice.
No, era tutto rimasto uguale.
Lei non aveva perso il suo dono.  

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sabato, 07 gennaio 2006

Lontano da qui, ma neanche poi tanto

Era un freddo giorno autunnale quando Lei decise di portare il salvo il suo fragile essere e scappare lontano..per rifugiarsi di nuovo nel suo guscio fatto di silenzio e solitudine.
Era stufa di soffrire, di essere facile preda per chiunque, di subire battute infelici, di constatare la superficialità di chi la circondava, di vedere intorno solo incomprensione…
Non sarebbe stato facile, lo sapeva, tornare ad armare forti barriere contro il mondo, affilare le sue armi, lucidare le saettanti tagliole che un tempo erano a guardia del suo cuore..
Ma voleva andarsene, voleva scappare via.
Da sola, come ai vecchi tempi.
E così si incamminò tra le spire del suo essere, tra il labirintico intrico dei suoi pensieri, per placare il suo cuore.
Lontano, lontano da qui, lontano in se stessa.
Lontano da se stessa.
Dove non c’è dolore.
Il cammino era lungo, difficile.
Mentre fuggiva dal mondo, il mondo l’inseguiva.
Non voleva lasciarla salire su quel clivo, quell’alta montagna dove aveva vissuto per anni..
La sua solitudine di ferro. Il suo robusto guscio contro gli altri.
E la vita la graffiava, le parole la ferivano, gli eventi laceravano le sue vesti..
Ma lei non si fermava, e continuava la fuga verso il silenzio.
Era arrivata sulla vetta del suo rifugio.
Ora era in salvo.
Era al sicuro dal dolore, dal mondo spietato che sembrava divertirsi con la sua vita..
Era sfinita, ferita, ansimante per il lungo tragitto, quel viaggio dentro se stessa tanto duro quanto invisibile agli altri, perfino ai più cari.
Ora era di nuovo nel suo guscio: non avrebbe permesso più a nessuno di ferirla, di rivolgerle parole sgarbate, di umiliarla e spezzarle il cuore.
Nessuno l’avrebbe più toccata nel cuore.
A qualsiasi costo.
Ma..
Passarono mesi, le sue ferite si erano rimarginate.
Aveva alzato le sue atroci difese contro gli affetti, aveva preferito la solitudine certa al probabile dolore. Però di continuo la sua attenzione era catturata da ciò che aveva lasciato.
Dall’alto del suo rifugio poteva ammirare la vita reale, la persone che continuavano l’eterno valzer dei sentimenti, il dolore certo, ma anche tanto tanto amore e affetto..
Il dubbio la colse.
Si guardò intorno..non si riconobbe più.
Quel guscio tanto amato non l’apparteneva più.
Avrebbe sofferto, certo, nel mostrarsi com’era: debole, sincera, insicura.
Ma avrebbe vissuto, sul serio.
Avrebbe donato più amore chiunque meriti.
Perché Lei era fatta così.
Così con una nuova gioia nel cuore, incominciò a correre, a perdifiato, giù nel mondo vero, piangendo per la felicità di aver vinto il suo lato oscuro.
E correndo tornava a ferirsi, a urtare contro spinosi rovi e pietre acuminate, ma era giusto così.
Quella era la vita.
E questa è la storia di una rinascita.

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lunedì, 12 dicembre 2005

la notte di Icaro

Un altro giorno è finito..
E io piangendo ho accompagnato con gli occhi il sole fino al suo tuffarsi nel mare, lì l’ho osservato cadere e coprirsi con la linea dell’orizzonte, e col pensiero gli ho rimboccato le coperte come una madre col suo bimbo.
Lo amo.
Lo piango ora che non c’è più.
Ora alta cresce la notte, e  Luna prende il suo posto.
Odiosa fredda luna, ti invidio.
Così vicina a lui, arrivi a sfiorarlo, e deridi me insonne, addolorato, innamorato.
Le ore incidono nella mia anima l’angoscia della solitudine, e il pensiero impazzisce di diabolici piani, nel contare i minuti che scorrono..
Lenta passa la notte e io non sogno.
Folle mi hanno chiamato, illuso.
Stregato piuttosto,  dalla magia della luce..
Combatto ogni notte per riveder il sole.
Crudele meraviglioso, mi nutro della tua superba bellezza e ti cerco.
E ogni giorno affronto la mia battaglia, e vengo sconfitto.
E con le mie ali di piume eterogenee rapite a gloriosi volatili, mi elevo tra le azzurre nubi in alto..fino a sentire il calore del sole sul mio volto rapito, fino a non vedere più nulla se non luce..
E rubo dispettoso un raggio alla corona del sole, e lui punisce la mia presunzione , scioglie le mie ali, mi brucia.
E precipito di nuovo.
E mi rialzo e riaffronto la notte.
Da sempre..
Giorno dopo giorno..
Alba dopo alba..
Nuove piume.
Ali più forti.
Volo verso la luce, la sfioro..
E Lui mi scaccia, mi sconfigge, di nuovo..
Ma io non mi arrendo, non ancora.
Ho tutta una notte per lenire le mie ferite.
Preparare il mio nuovo viaggio..
Domani sorgerà un nuovo sole.
E io avrò ali più forti per provare a raggiungerlo.

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mercoledì, 30 novembre 2005

Il compleanno del mio angelo custode

Non potete sapere quanto sia dura la vita di un angelo custode..
Altro che serafini e cherubini!!
Vola di qua, salva di là, senza mai un secondo di tempo per lisciarsi un po’ le piume delle ali, così dannatamente arruffate dopo un viaggio aereo..
Domani poi che è il mio compleanno!
Ho preparato il vestito della festa e pettinato i boccoli scuri…e volo da parte a parte per l’emozione della giornata di domani!
Ah, scusate, mi presento sono l’Angelo di una ragazza permalosa, dolce ma lunatica..non so se conoscete..
Vabbè, insomma credete sia facile starle accanto??
Sono anni che la vedo affannarsi dietro a un sogno, piangere per una delusione, combattere contro il dolore, che tempo fa si è fatto fisico l’ha portata anche in ospedale..
E io sempre lì a sussurrarle parole di incoraggiamento, a metterle una mano sulla sua testolina pensosa, rassenerando i suoi brutti pensieri, a cercare di alleviarle i dolori di un futile ma fastidioso intervento, a proteggerla con le mie ali dal freddo più atroce..quello del cuore.
La adoro, ma non la capisco sempre.
Sembra non voler il mio aiuto alle volte, mi stupisce il grado di autolesionismo a cui può giungere, il suo non amarsi..
Sono arrivato a ricordarle dolore e umiliazioni per farla reagire, come sadico carceriere ad ogni pensiero d’affetto per chi l’ha ferita rispondo armando la realtà del recente dolore..
Talmente forte da annullare tutto.
Sono crudele forse, ma lo faccio per lei.
Basta una sua lacrima, un suo sussurro e mi precipito a lei..
E quando non mi ascolta e si lacera nell’autocommiserazione la visito in sogno e la smuovo, parlandole con la mia voce serena e fissandola nei miei occhi nocciola.
La mia protetta, il mio amore.
L’ho amata da subito e so che è stato così anche per lei.
Sono suo da quando son nato, e son angelo da allora, ma non me ne lagno.
Una settimana di vita è poca per capire qualcosa, per aver nostalgia di essa….ricordo solo la mia mamma e quella bambina di otto/nove anni che mi guardava curiosa da dietro un vetro, dal sorriso buffo e grandi occhi scuri.
Lei.
Mia sorella.
Io sono il suo angelo.
Suo fratello.
Che domani avrebbe compiuto 18 anni.

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venerdì, 04 novembre 2005

Luna e Ariel

Circa ventisette anni fa, tra le pieghe di una nuvola ombrosa, nacque una bimba dalla pelle di luna, silenziosa e ma sempre sorridente.
Aveva occhi grandi del colore del bosco più fitto,scuri ma buoni, e un sorriso dolce e calmante, disarmante in grado di tranquillizzare la più agitata creatura tra le fate d’inverno.
Aveva un piccolo difetto..il cuore..
Prezioso quanto fragile la creatura era nata con il cuore di cristallo, raro e trasparente sì ma anche fragile e indifeso.
“Questo sarà un problema” dissero le altre creature.
Circa ventisette anni fa, tra le foglie del bosco fatato, nacque una bimba dagli occhi di smeraldo, fremente come la brezza d’estate.
Aveva una pelle di perlaceo candore, veloci ali dell’azzurro del cielo, e il suo sorriso vivace e armonioso riempiva di gioia anche la più scontrosa tra le fate d’estate..
Aveva un piccolo difetto..le ali..
Erano grandi e fatate ma veloci, un po’ troppo.
L’avrebbero portata lontano ma avrebbero fatto di lei un folletto instabile e senza pace..animo viaggiatore poco adatto al bosco.
“Questo sarà un problema” dissero le altre creature.
 
Luna amava la notte e splendere in silenzio.
Ariel danzare e volare veloce.
Una notte Folletto incontrò  Luna e le chiese: Vuoi giocare con me?
E Luna splendette per Ariel, e il folletto felice  rimirava le ali splendenti illuminate dal sorriso della sua nuova silenziosa amica.
Crebbero e si fecero grandi.
E continuavano a giocare insieme, per quanto diverse.
E ballavano nelle notti fatate, ridevano con le altre creature, e correvano insieme per boschi e nuvole, e litigavano e facevano pace, si scontravano, si separavano per poi riunirsi.. semplicemente crescevano insieme.
Luna dalla folta chioma setosa era ormai più esile e bella, sempre dai grandi occhi buoni ma un po’ tristi, e il sorriso sereno..
Il suo cuore era ancora di fragile cristallo, era stato scheggiato e incrinato più volte, ma Luna aveva imparato a guardare il mondo attraverso esso, quante sfumature d’incredibile luce le aveva donato quel briciolo di sensibile cuore!
Quante emozioni e sensazioni non concesse agli altri, più stabili e insensibili , più normali o meno speciali di lei..
Aveva imparato che il suo cuore cristallo in fondo era un dono.
Ariel dalla splendida chioma dorata, delicata come porcellana affascinava il bosco con occhi dall’infinito e sfuggente verde, che risuonava spesso delle sue risate e delle storie che raccontava agli amici folletti, incantati dai suoi guizzi smeraldo.
Le sue ali erano sempre veloci e frementi, inarrestabili, l’avevano trascinata via e spesso ancora ora  la portavano lontano dal suo bosco.
Ma Ariel aveva imparato la bellezza dei momenti di stasi, la dolcezza del ritorno, la tranquillità di un affetto sereno che la facevano sempre tornare nel bosco, a casa.
Di ritorno da molti voli, con le ali stanche e un po’ rattoppate, poteva apprezzare ora l’amore che le si offriva così sincero, e affrontare un nuovo volo con spirito e diverso, quasi desiderando già il ritorno.
Aveva imparato che le sue ali lucenti in fondo erano un dono.
 
E le due fate crescono e continuano insieme.
E Luna continua a risplendere e Ariel continua a volteggiarle intorno.
Non provate a chiedere chi delle due voglia più bene all’altra.
Non provate a dividerle.
Ma nelle sere più chiare potete vederle ancora..
E Luna illumina il bosco con il suo cuore cristallo e Ariel danza gioiosa in un turbinio di ali fatate.
 

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lunedì, 17 ottobre 2005

Il ritorno

 
La pungente aria autunnale investì la piccola figura mentre usciva da un edificio tetro e malamente illuminato..
Era già passato un mese..
Era già tempo di partire…
Era già autunno..
La ragazza si strinse infreddolita nel suo mantello leggero, che si era rivelato tanto elegante e raffinato quanto inadatto al rigido clima che inaspettatamente l’aveva accolta, in uno strano anticipo di inverno di un ottobre anomalo.
E lì mentre il suo respiro creava arabeschi incantati nell’aria cristallina, posando preoccupata lo sguardo sulle sfumature ormai violacee delle sue mani…iniziò a capire..
Stava tornando a casa.
Ed era più ricca.
Non certo di denari ovviamente!
Molte ricchezze, accumulate in mesi e mesi, erano andate via in nel giro di poche settimane  e lei sapeva che avrebbe dovuto recuperale al più presto.
Ma era più ricca.
Non portava con sé solo un pesante e scomodo bagaglio..
Aveva osservato e ammirato estasiata alcune tre le più famose opere del genio umano, tanto da saziarsi il cuore..
Si era tuffata in una moltitudine colorata e rumorosa di viaggiatori, provenienti da terre lontane, esotiche..
Si era sentita fortunata, onorata nella visione a lei concessa di uno scenario da brivido nella notte, seduta su di un freddo gradino..
Si era concessa piccoli lussi, si era viziata, si stimava di più..
Aveva affrontato con inedita forza e consueta ironia le mille difficoltà e problemi della vita quotidiana..della vita adulta.
Era cresciuta.
Aveva conosciuto persone speciali..gentili, simpatiche e piene di interessi che l’avevano accolta con affetto, con calore.
Sincere.
Perle per un’esistenza riservata e ormai diffidente verso il prossimo come la sua…
Doni celesti..
E le aveva salutate…e lasciate andare…ma le avrebbe sempre portate con sé.
Per sempre..
E in questo bilancio mentale il suo cuore si scoprì felice, pieno di stimoli nuovi e pensieri sereni..più forti.
Ma basta pensare, si disse la malinconica ma buffa creatura, è tempo di vivere..
Si diresse decisa verso la carrozza che da tempo paziente l’aspettava, e prima di accomodarsi, guardò per l’ultima volta lo strano, lugubre, scomodo ma suo modo ospitale palazzo, e con cenno distratto fece segno di partire..
E un’improvvisa folata di vento e di foglie sembrò salutarla..
Addio Lunatica.

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mercoledì, 28 settembre 2005

L'arrivo

La nera, lussuosa carrozza frenò di colpo e la ragazza si destò dal suo stato di sereno torpore..
La sua attenzione pigramente rivolta al balletto di colline e paesaggi verdi e pittorici venne di colpo risvegliata dal cigolio dello sportello, che veniva aperto dal valletto.
Prese coraggio, accarezzò malinconica la fresca scura seta del sedile e scese.
Lentamente i suoi passi appesantiti dal lungo viaggio risuonarono sulla scaletta metallica, nonostante il cavalleresco aiuto del suo fedele servitore, la dama volle scendere da sola. Con uno schiocco di frusta, la carrozza ripartì..e la ragazza la guardò allontanarsi con un misto di paura ed eccitazione..
Era sola.
Si sfilò accuratamente i guanti da viaggio, e rimirò le lunghe dita quasi addormentate dalla lunga inattività..
D’improvviso parve notare che il vestito, i nastri, la lunga gonna a balze per non parlare delle sue scarpine dovevano essere ricoperti dalla polvere della strada, da cui non l’aveva protetta nemmeno la più lussuosa delle carrozze..
Così capricciosamente iniziò a lisciarsi la veste, pulendo e scacciando la sottile polvere laddove fosse possibile..
Per la prima volta si rese conto che era arrivata a destinazione:notando le due borse da viaggio che il frettoloso valletto aveva lasciato ai suoi piedi, si morse il labbro enumerando mentalmente le numerose difficoltà che avrebbe potuto incontrare in questa avventura così anormale per il suo temperamento quieto.
Sollevò lentamente il capo per valutare l’edificio che le si presentava davanti..la sua nuova casa..
Sciolse con dita abili il nastro del suo frivolo cappellino e rimase con il mento sollevato, rapita,incurante della pioggia e delle trecce che lentamente si scioglievano, non più bloccate da alcun impedimento.
L’aspetto severo del palazzo la terrorizzava, la sua mole, la sua colossale massiccia costruzione, la faceva sentire ancor più sola, le mille finestre dalle imposte serrate sembravano spiarla.
Il lugubre portone si spalancò con un lamento  inquietante, rivelando lunghi corridoi deserti e spartani, spettrali, che sembravano condurre in un mondo così lontano e diverso da quello da lei conosciuto.
Sospirò profondamente e, tenendo a freno cuore ed emozione, entrò nella sua nuova casa. I suoi passi leggeri risuonarono pesanti nella sua testa come i battiti del suo cuore…
La porta si chiuse alle sue spalle…
Il silenzio sembrava parlarle..
Benvenuta Lunatica.
 

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domenica, 28 agosto 2005

Una storia d’amore

 
Lui era un tipo simpatico e tenero, un pappagallino verde chiacchierone che allietava i giorni della sua padroncina dall’alto della gabbietta pulita e curata. Le sue giornate passavano uguali tra una beccatina al mangime e un saltello dalle piccole sbarre a mordicchiare il dito imprudente della bambina che lo stuzzicava. La sua adorata bambina..
Era felice, non aveva voglia di altro. Non si ricordava più la sua terra, forse non l’aveva neanche mai vista! Era felice nella sua gabbietta anche se solo, terribilmente solo.
Un brutto giorno d’estate però si trovò ancora più solo…
La bambina era sparita e la gabbietta era stata aperta, spalancata, davanti ad una finestra lasciata socchiusa quasi un invito troppo diretto.Lo stavano invitando ad andarsene o era solo una tremenda disattenzione??Non stette lì a pensarci…
Volò via, novello Peter Pan, senza pensare alla pericolosità della sua scelta: cosa fa un pappagallino nei cieli di Roma??
Volò via lontano, da solo.Per la prima volta seppe che la felicità può essere ingannevole, può intorpidirti le aspirazioni e confonderti i desideri: era felice nella gabbia ma non era libero..
Ora era solo, era stanco ed affamato, ma era libero: volava nel cielo di Roma cantando il suo verso esotico a stupiti piccioni e imprudenti storni, planando su balconi e passanti, che ammiravano quell’improvviso sprazzo di verde smeraldo.
Calava la sera, si avvicinava la sua prima notte all’aperto, la luna l’avrebbe guidato al sicuro, ne era convinto…
Ma il freddo del settembre in arrivo lo scuoteva fino alle piume più piccine, intirizzito sentiva ormai venir meno le forze, le ali fino ad allora inutilizzate si rifiutavano di proseguire ancora.Era la fine??Stanco, solo, all’aperto e al freddo..Decise allora di fermarsi, di riposarsi, e aspettare il sole o la fine.Trovò un albero maestoso, invitante, stranamente rumoroso e lo elesse a sua abitazione per la notte, in una specie di prato infinito, piccola perla nel traffico di Roma.La natura esotica di quel  parco lo abbracciò e lo protesse, lo adottò e gli riscaldò il cuore triste, tanto che rivide ancora il sole..
L’indomani fischiettò di gioia al sorgere dell’amico sole e si guardò intorno, ammirando lo splendore del verde che lo circondava, invitandolo a una nuova esistenza felice. Ora aveva una nuova casa ed era felice.Ma era ancora da solo.
Passarono i giorni, e si era ormai ambientato tra alberi e panchine: alcuni romani già iniziavano a notarlo, si era sparsa la voce del pappagallino evaso..Poi successe un miracolo…o forse solo un regalo dal Dio dei pappagallini verdi..fate voi..
Mentre svolazzava libero al calar di un ennesimo sole, sentì e vide qualcosa di familiare ma esotico: un altro guizzo verde e fischio allegro…Appollaiata su un ramo poco distante, stanca e acciaccata c’era una creatura simile a lui, smagrita, ferita ma libera…
Una pappagallina verde.
Non era più solo ed aveva anche una nuova casa verde e bella.
Quello che successe poi è scontato…tanti piccoli pappagallini verdi..
Se non credete a questo racconto andate nel Parco della Caffarella a Roma.
Vedrete la prima colonia di pappagalli nati liberi della Capitale.
 

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lunedì, 25 luglio 2005

Memorie di una foto

Salve
Sono un semplice pezzo di carta, un insieme di molecole di materia deperibile, insensibile e immutabile, perso tra i cassetti indaffarati di una ragazza.
Sono una foto.
Ero lì tra vecchi accendini e ritagli di giornale ormai ingialliti,agendine zeppe di numeri ormai perduti,illusioni di amicizie mai nate, accanto a foto tessere con capelli diversi per taglio, ma dallo stesso sguardo e sorriso. Sonnecchiavo tranquilla ormai da due mesi e qualche giorno.
Lo ricordo, un giorno molto triste, che non descriverò perché l’hanno già fatto altrove…io che c’ero posso dire però che mai dubbi,incertezze e ripensamenti furono così taciuti,mai decisioni sofferte tanto semplificate, mai situazioni spiacevoli e imbarazzanti tanto edulcorate….mentre le lacrime tanto descritte…decantate…tanto “teatrali”. Una stessa storia descritta da una prospettiva diversa può trasformarsi radicalmente…ma questi non sono affari di una piccola foto…
Me ne stavo lì beata, quando all’improvviso sono stata risvegliata da mani frettolose e dimentiche ormai della mia presenza..
Cosa cercava non so, forse una penna o vecchie cartoline, o i suoi occhiali da sole ormai fuori moda…quando mi ha visto.
Sono una bella foto sorridente di tanti ma non troppi mesi fa, di un giorno perfetto, di pensieri felici, due volti dagli occhi radiosi seppur tanto diversi per colore e indole.
La vedo impallidire, di colpo lo sguardo si concentra su di me, e gli occhi da distratti diventano ancora più scuri e neri…neri dentro, la malinconia diventa palpabile anche per me semplice pezzo di carta.
Mi scruta senza pudore, sembra vivisezionare ogni particella dell’immagine che rappresento, guardare linee di una pelle ormai sconosciuta, uno sguardo ormai duro come il ghiaccio, freddo come il suono delle sue parole.
Una lacrima fa capolino dagli occhi marroni,del colore dei viali a novembre.. è una piccola pioggia autunnale..
Non è rimpianto né amore ma l’essenza della delusione per promesse fallite dopo meno di un mese, il distillato dei suoi pensieri amareggiati da un comportamento purtroppo ben conosciuto e subito da altri trentenni bambini.
E’ un attimo.
Si scuote, la scaccia.
Lo sguardo cambia, è adulta ora, non più un pulcino.
Veloce scatta, io volo via…gettata lontano…un’ incolpevole esiliata..
Lontano dal presente velenoso, ormai passato prossimo vi saluto e mi rifugio nella scatola del ricordi.
Addio
 

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Il mio Blog

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